Sette di sera
si torna a casa
Sette di sera, e la città torna a casa. Colonne multiple di fari accesi fermi lungo le strade, fianco a fianco a colonne di fari spenti e parcheggiati, scarichi puzzolenti e piedi rapidi che scappano in direzione della fermata dell'autobus nel buio già pesto di serate che si allungano verso i pomeriggi.
Basta cambiare di poco itinerario, lasciarsi alle spalle i viali larghi e girare per le viuzze secondarie appena un isolato più nascosto dove i lampioni sono più radi e la strada non è illuminata dai fari delle auto per scoprire il lato più austero e dignitoso della Città tra facciate ottocentesche e marciapiedi percorsi solo dal raro traffico locale di gente ridiventata pedone per quei trecento metri dal parcheggio al portone di casa.
E' in questi angoli secondari che si riescono a scoprire fettine dell'umore di una città: la malinconia di un cassonetto senza una ruota, la sonnolenza delle automobili parcheggiate in fila lungo il marciapiede, il pacato fervore di lavori-in-corso apparentemente congelati nel tempo ma evidentemente in espansione nello spazio. Mentre dall'alto dei cornicioni, degli occasionali alberi, grassi piccioni osservano il movimento sotto di loro pronti a fiondarsi a sasso su qualsiasi cosa appaia beccabile o in mancanza di meglio pronti a mostrare il loro disappunto verso il genere umano bersagliandolo, in scioltezza, con mira professionistica dall'alto.