Ritorno
a casa
Che strano effetto tornare a casa dopo tutti questi mesi. Non è un tempo così lungo da essersi scavati una piccola nicchia di quotidianità da qualche altra parte, ma è un periodo sufifcentemente protratto da poter tornare al vecchio ambiente con idee nuove, occhi più aperti per vedere cosa cambiare, per avere lo stimolo di cambiare certi dettagli intorno a noi. La vita non può tornare a scorrere come prima senza modificarla abbastanza da renderla un piacevole miscuglio di vecchio e nuovo, senza buttare tante cose che, prima, sembravano indispensabili e che, ora, appaiono nella loro totale reale inutilità.
E' ora di fare le grandi pulizie, concreta metafora di una necessità psicologica forte, eliminare, buttare via, riorganizzare gli spazi secondo logiche forse più efficenti, sicuramente diverse. Così come per qualche mese ho avuto l'oocasione di fare non con gli oggetti, ma con la vita. Ora quel periodo è finito, e restano gli oggetti duplice memoria del passato e specchio dell'attaccamento all'oggi , così prima di risprofondare nel vivere quotidiano delle giornate uguali che si susseguono è importante fare pulizia.
Pulizia sia allora, ma anche rioccupazione mentale degli spazi che negli ultimi spazi si sono proiettati comodamente nelle vastità americane, prima nelle distanze a quattro corsie di Atlanta e sobborghi, e poi nelle ampie distese americane dove il cielo diventa vivo e trasmette energia nella sua tranquilla maestosità. Ora, nuovamente a casa tra le mura che sembrano troppo vicine, tra le vie divise in due corsie dove una già sarebbe stretta, in città dove il cileo è cacciato via dai palazzi alti, la vita torna a una prospettiva di costrizione e soffocamento. Bisogna vivere gli spazi americani, bisogna attraversarne le distanze, per poter capire da dove nasce lo spirito americano di libertà assoluta e di possibilità limitata solo dalla volontà, altrimenti è come cercare di distinguere i dettagli in una giornata senza sole attraverso delle lenti scure.