Passiamo la notte tranquilli e Noé non arriva. Invece, ci
svegliamo con un cielo discreto: tanta foschia ma poche
nuvole, per cui, benché il sole
sia ancora invisibile, almeno possiamo continuare il nostro
giro di Nanchino dirigendoci verso la collina, dove ci sono
le principali
attrazioni della città. Lungo la strada lavori
in corso, palazzi in costruzione e qualche rovina
di palazzi imperiali con quanto resta delle imponenti e
massicce mura. Poca roba, in realtà.
Un po' meglio quando arriviamo sulla collina, che raggiungiamo prendendo un taxi - a piedi non è
raggiungibile - proseguendo con una passeggiata fino all'osservatorio astronomico,
oggi museo di macchinari astronomici e tecniche di
osservazione, in cima alla
collina lungo una piacevole stradina acciottolata... Il
museo di per sè non è nulla di che, ma il panorama tra la
foschia che avvolge Nanchino
rende comunque l'idea del panorama urbano di queste
cittadone cinesi.
Un po' perplessi, ci rendiamo presto conto che la nostra
guida (la Lonely Planet Cina, edizione 2007) non solo è
poco aggiornata ma decisamente
vecchia e sbagliata. Tutta la collina infatti è stata
trasformata in un unico enorme parco che si raggiunge con un
paio di autobus (il n.12
fino all'acquario e poi un altro mezzo che prosegua lungo la
strada verso nord) e tut te le attrazioni sono oggi
accessibili con un solo
biglietto (65RMB, circa 6,5 euro) da un paio di ingresso
principali. All'interno, una serie di vialoni e sentierini
ben tracciati e molto
curati collegano: il tempio Linggu, il santuario di Sun
Yat-Sen, la pagoda di Linggu, un famoso ristorante, un
padiglione di souvenir,
un anfiteatro all'aperto e un'altra manciata di edifici che,
per mancanza di tempo, non possiamo visitare.
Sun Yat-Sen è un famoso (?) cinese, quasi un padre della
patria, del periodo in cui la Repubblica Cinese era agli
albori e Nanchino ne faceva
la parte del leone. Yat-Sen ha gettato le fondamenta per un
sacco di principi base dello sviluppo economico/industriale
del paese, incluso ad
esempio il principio per cui le industrie di interesse
generale devono essere statali e le altre private, o che le
città si devono sviluppare
al ritmo di enormi palazzoni-grattacielo pieni di
appartamenti per tutti i cinesi. E ce ne vanno tanti, vi
assicuro, di appartamenti, per TUTTI
i cinesi. Così si può visitare il memoriale di Sun
Yat-Sen con le sue idee migliori, la sua tomba, il suo
immenso mausoleo con una lunghissima ripida scalinata
per raggiungerlo, grandioso nelle proporzioni e nella
prospettiva, con lo scorcio aperto sul fianco della collina
fino su tutta la città
ai suoi piedi.
La seconda attrazione del parco è il tempio di Linggu,
buddista come tutti gli altri, oggi ricostruito ma
fedelmente a quello antico famoso
per non si sa bene cosa ( troppo cinese, troppo poco inglese)
gradevole nei suoi cortili con le statue dei vari buddha,
l'incenso che
brucia e fuma, e l'immancabile pagoda (tutta in cemento
nonostante il look molto tradizionale) dalla cui cima vi
gode di una bella
vista sulla città, nonostante la foschia.
Non sono i pochi sprazzi di pioggia a farci tornare in
città, ancora in autobus per i soliti 10cent di biglietto,
ma il tempo che
scarseggia. Il nostro treno per Ychang (porta delle tre Gole
sullo Yangtse) parte infatti alle 20.00 ed è il caso di
arrivare con un po'
di anticipo. In ogni caso ci sta ancora un giretto in
città e approfittiamo del bus che ci scarica di fronte al
palazzo Presidenziale di
Nanchino, ex palazzo imperiale, sede del governo della
repubblica cinese prima della rivoluzione culturale. Oggi
è possibile visitare gli
uffici di Chiang Kai-Shek, ultimo presidente famoso per aver
resistito ai giapponesi (con tattiche devastanti per il
popoplo cinese, come
allagare le pianure facendo morire milioni di cinesi per
formare l'avanzata giapponese) e poi rimosso, combattuto e
infine sconfitto
dal CPC (partito comunista cinese). Qui tutto è rimasto
come all'ora, arredi compresi. Più interessanti i giardini
intorno, curati e
gradevoli, e il rifugio anti-aereo.
Una volta individuate la fermata, approfittiamo della moderna metropolitana per tornare in
ostello, prendere i bagagli lasciati in deposito e arrivare
con buon margine
in stazione, abbastanza da passare i controlli di sicurezza
e fare un po' di compere alimentari e una veloce cena in
sala d'aspetto: stiamo
per imbarcarci su un treno per ventidue ore, da Nanchino a
Ychang passando per Zhengzhou secondo la filosofia dei treni
cinesi che
percorrono tragitti lunghisimi pur di collegare il maggior
numero di stazioni possibili tra loro. Questo giro abbiamo
trovato posto
a sedere, hard seat. Siamo al tempo stesso emozionati per
l'occasione di vedere tanta cina continentale dal finestrino
e agitati, per
via della notte mezza in bianco che ci aspetta e
l'affollamento che già pregustiamo nella calca ressosa
della sala d'aspetto prima dell'apertura
delle porte.
Maggiori dettagli nella prossima puntata!
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Il nostro ultimo risveglio a Shanghai passa tra il checkout
dall'ostello e la
stazione dei treni dove troviamo due posti "standing" sul
primo treno per
Nanchino (Nanjing). Che cosa significhi sarà più chiaro
dopo la puntata del blog dedicata ai
treni veri e propri, che arriverà presto. Per il momento
accontentatevi di
sapere che per un viaggio di poco meno di quattro ore
viaggiare senza posto
a sedere non solo è normale ma nemmeno molto scomodo.
Lungo il tragitto da Shanghai a Nanchino all'improvviso il
panorama inizia a
mutare, il piattume senza sosta grigio e gonfio d'acqua
lascia il posto a
moderate colline e avanzi di insediamenti industriali.
Benché il tempo resti comunque
coperto ci illudiamo dati gli sprazi di azzurro lungo la
via. Durerà comunque poco
perché saremo costretti a concludere i nostri giri il pomeriggio presto
causa diluvio universale
al quale i cinesi paiono non fare caso: tirano su le
mantelle sulle bici e aprendo gli
ombrelli continuano a camminare lungo strade che diventano
fiumi in piena e incroci
dove occorre guadare le pozze a terra più che le auto. Non pare che il
"bagnato" sconvolga troppo i locali così come il "meteo", che li lascia del tutto indifferenti.
Beh, come al solito la stazione è un po' fuori mano
rispetto al centro ma, avendo selezionato sul tecnolo gico cellulare-gps
l'ostello Fuzimiao come nostra destinazione, ci fidiamo delle
indicazioni trovate a Shanghai e
prendiamo l'autobus n.1 che ci lascia a poca distanza,
percorsa rapidamente con i nostri fidati
trolley. L'ostello si rivela gradevole anche se un
po' muffito e poco internazionale. Il personale infatti non
spiccica quasi una parola di inglese, gli ospiti sono per la maggior parte cinesi o giù di lì, per fortuna i gesti e la guida ci
sono d'aiuto anche questa volta.
Nanchino si presenta con un intero pomeriggio a
disposizione e, benché il
tempo non prometta nulla di buono, usciamo fiduciosi incrociando
tutte le dita. Per un po' tutto bene, visitiamo
l'area pedonale Fuzimiao piena di gente, bancarelle,
negozietti, colori e allegria, compreso il museo
dell'antica sede della scuola degli amministratori di
palazzo dove ci facciamo un po' di risate con le
traduzioni in inglese molto, come dire, fantasiose.
Nanchino è una vivace città, poco più grossa di
Suzhou, e poco conserva del periodo in cui fu capitale
dell'impero, ma l'atmosfera è più "normale" rispetto a
Shanghai, diciamo senza pretese di grandiosità, i
palazzi più semplici se pur come al solito altissimi,
l'aria complessiva è più sporca e caotica, ma basta
girare un po' per rendersi conto che è al tempo stesso più
tranquilla e vivibile della grande sorella poco
lontana.
Girovagando senza meta per il centro ci imbattiamo
nientepopodimeno che in Wal-Mart, che scopriremo essere
il fratello cinese del colosso americano, presente in quasi
tutte le città di almeno 4 milioni di abitanti.
Forse è una punizione per esserci lasciati andare allo
shopping in un tale paradiso capitalista (in ogni caso
i prodotti sono tutti cinesi e pure lo stile è
propriamente cinese, forse pure la qualità), ma quando ne
riemergiamo ci troviamo nel mezzo di un temporale monsonico
(che ainoi durerà tutto il resto della giornata) che
ci costringe a immergerci nel centro commerciale successivo,
l'unica libreria della città, enorme, distribuita su cinque piani con tanto di
sezione calligrafica e audio libri in ingua inglese. All'uscita, però,
solleviamo bandiera bianca e, dopo dure lotte contro i troppi locali, ci impadroniamo di un economico taxi
per rientrare al Fuzimiao (15? stanza doppia con aria
condizionata, bagno e doccia, ma senza finestra) sotto gli
scrosci
di pioggia battente.
Incredibilmente l'ostello ancora galleggia, anzi resiste con
poche perdite interne: attendiamo l'arrivo di Noé
dopo una buona notte di sonno.
Suzhou (pronuncia; "suzòu") è una "piccola" cittadina,
almeno
in senso cinese del termine, a un paio d'ore di treno da
Shanghai, famosa per i
numerosi giardini ben conservati da visitare. Evitate però di recarvi - come invece abbiamo fatto noi -
a Suzhou di domenica, giornata in
cui pare tutti i
cinesi decidano di svagarsi nel verde. Oddio, c'è da
dire che la
Cina è comunque affollata in ogni momento e che fiumi di
persone sono la
norma presso qualsiasi attrazione, quindi forse non cambia poi molto se
non i treni super-affollati. Ma anche questi, forse, sono la
norma.
In ogni caso ci rechiamo alla stazione del treno di
Shanghai, a poche
fermate di metro dal nostro ostello, dove ci perdiamo (oops,
usciamo dalla
metro dal lato sbagliato!) prima di trovare la biglietteria,
che in Cina è - retaggio comunista -
all'esterno della stazione. Sarà l'unica volta del nostro intero
viaggio in cui
troveremo uno sportello dedicato agli stranieri dove, almeno apparentemente, il personale parla
inglese. Che
inglese, viene da dire, ma almeno è qualcosa! Non mi
dilungherò oltre su
treni e stazioni in questa sede - ci sarà una puntata speciale del blog dedicata alle
ferrovie
cinesi - per cui passiamo subito al nostro arrivo a
Suzhou.
Suzhou è una gradevole cittadina di 4 milioni di abitanti
(un paesello,
dopo Shanghai) pigramente adagiata intorno a una serie di
canali
placidi e, se non fosse per il brutto tempo che continua ad
imperversare
con uno spesso strato di nuvoloni, ci apparirebbe
sicuramente
ancora più graziosia. Attraversiamo rapidamente a piedi i
sobborghi tra la
stazione ferroviaria e l'area dei templi e dei giardini
più famosi: la
pagoda del tempio nord, la nostra prima pagoda, e il
giardino
dell'amministratore umile, probabilmente il più grandioso
giardino di
tutta l'area, oltre al museo di Suzouh dove però non
ci fermiamo. Il
giardino dell'amministratore umile è sicuramente il più
bello, con i suoi
vialetti ben curati che di snodano attraverso laghetti e
canali pieni di
carpe enormi e ben pasciute, costruzioni artificiali in
pietra che formano
collinette e montagne, il tutto piacevolmente ombreggiato
sotto grandi
alberi secolari e colorato da fiori di loto che ondeggiano sul pelo
dell'acqua. La
grazia di questi giardini sta nelle varie zone
adattate ai diversi periodi dell'anno, così che i
visitatori ne
possano sempre essere ammaliati. Oggi, pultroppo, la fiumana
di visitatori > riduce un po' il fascino di questio giardini una volta
luogo di riposo di pochi eletti, tuttavia la stravaganza
delle
ambientazioni (navi in pietra al centro dei laghetti?) e gli
arredamenti
dei vari padiglioni sullo stile delle millenarie dinastie sono tali da farci trascorrere
diverse ore a passeggio approfittando del fresco.
Ci godiamo anche la vista sulla cità dalla cima della
pagoda del tempio
Nord. Benché ci siano "skyline" più avvincenti, Suzhou
ci colpisce per la
sua semplicià e l'aria da paesino di cintura (4 milioni di abitanti) rispetto a
Proseguiamo la passeggiata girovagando per i canali,
tranquilli specchi
d'acqua scura circondati da casette e attraversati da
ponticelli.
Tra un canale a l'altro ci
concediamo un paio di strani succhi a base di soia, latte,
guinoa, fagioli dolci e poi via, in cammino verso il giardino del "Master of Nets", famoso per
essere il più piccolo di tutti i giardini di Suzhou. Nel
labirinto dei
suoi cortili, piccoli e affastellati, si alternano ancora
laghetti,
padiglioni arredati e piccole montagne artificiali, così
confermando la
sua fama di giardino minimo comunque non privo degli
elementi
architettonici o artistico-giardinieri tipici dei "parenti"
maggiori.
Ultima tappa, prima del rientro, prendiamo un taxi per
raggiungere la
cittadina storica di Tongli, a 15km circa verso sud (costo,
da Suzhou,
circa 10euro in taxi), vecchio villaggio di pescatori e contadini
interamente ristrutturato e accessibile ai turisti occidentali solo nelle ore diurne. E' quindi possibile
vagare in questo dedalo di viuzze e canali, tra
residenze
storiche, musei del'arte locale e negozietti. Mentre ai
turisti è vietato
rimanere oltre le cinque, i locali ancora ci vivono, donando
al posto
un'aura di quasi autenticità piuttosto rara in Cina.
Ovviamente arriviamo
un po' tardi, così non solo inizia a piovigginare ma
dobbiamo pure
affrettarci per visitare le varie attrazioni comprese nel biglietto di ingresso, tra cui
la casa
di una ricca
famiglia dove è possibile rivivere almeno in parte la quotidianità di un tempo.
Le stanze padronali, le stanze per
gli ospiti,
gli ambienti della servitù, e così via. In Cina, le
residenze si
sviluppano attorno a cortili aperti, le "stanze" sono
padiglioni
rettangolari costruiti intorno a cortili quadrati, composti
da grandi
pareti in vetri e spioventi tetti arcuati, molto
caratteristici.
Sulla strada del ritorno troviamo un bus diretto alla
stazione di Suzhou,
così risparmiamo il pur economico taxi spendendo solo 20
centesimi di
biglietto e, sul bus, facciamo amicizia con una giovane
coppia di italiani,
anche loro in vacanza, ma appoggiati a una serie di
conoscenze locali che
gli fanno da guida. Facile, però, è un po' come
barare....
Al rientro, treno affollato come e peggio dell'andata. Ci
chiudiamo in
ostello a far fumare i piedi e asciugare tutto il resto:
domani si parte
alla volta di Nanchino, e ancora non siamo riusciti a
mettere in quadro i
giorni successivi. Di sicuro sappiamo solo che vogliamo fare
la crociera
lungo il fiume Yangtse, le famose tre Gole, ma non sappiamo
ne se c'è
disponibilità, né orari, tempi, nulla. Chiedere
all'ostello si è rivelato
inutile, tra attese, telefonate e perdite di tempo abbiamo
solo rimediato
computer guasti e black-out elettrico. Intanto il piano è
di andare a
Nanchino, stare una notte e trovare un biglietto del treno
per Ychang,
quando poi arriveremo lì vedremo il da farsi.
Cina, prima destinazione Shanghai.
Solita partenza verso Est con Lufthansa, volo per
Francoforte in serata e
intercontinentale notturno a rincorrere l'alba. La solita
precisione e
attenzione di Lufthansa ci fa atterrare piacevolmente
puntuali e
impazienti all'aeroporto internazionale Pudong di Shanghai
da cui ci
allontaniamo sull'incredibile Maglev, il treno a levitazione
magnetica che
raggiunge i 430km/h sul tragitto aeroporto-città.
Che dire di Shanghai? dell'impatto con la Cina? La metropolitana è
modernissima, pulitissima e tirata a lucido, così il vero
impatto ci è
risparmiato fino alla stazione del nostro ostello, che
localiziamo grazie
all'aiuto di un paio di gentili passanti. Provate voi,
infatti, a
orientarvi dopo essere emersi dalla metropolitana in una
città dove tutto
è scritto in caratteri cinesi.... in quale direzione
dirigersi, quindi? Di
qui o di la? Boh? Dilemma presto risolto, dopo aver provato
tutti e
quattro gli angoli dell'incrocio localiziamo l'ostello e
facciamo il
checkin. Non male, pulito, atmosfera accogliente e
simpatica sistemazione - persino gli
ombrelli gratis! del resto necessari visto il tempo
perennemente da arca
di Noè che ci attende per i pochi giorni del nostro
soggiorno in questa
città.
Il cielo, plumbeo, e la pioggia, che alterna
sgrulloni di
prima qualità a pioggerella (o forse
solamente umidità
eccessiva) ci accompagna imperterrita salvo qualche rara schiarita, ma
daltronde siamo in stagione di monsoni per cui poco di cui
stupirsi.
L'umido è incredibilmente opprimente e quasi rende
difficile respirare,
sulle prime. Poco male, ci si rifugia nei centro
commerciali, nella metro
e si accende l'aria condizionata in ostello la notte. Tutto
sommato, per
qualche giorno, sopravviviamo anche se ci passa la fame,
dall'umido.
Shanghai è stupefacente. Nella sua verticalità: non solo
dei grattacieli
del centro ma nei grattacieli-condimini che qui in Cina
stanno spopolando:
alte torri di trenta, cinquanta piani di appartamenti
modernissimi,
costruite o in costruzione, per dare un senso ai 17 milioni
di abitanti di
questa megalopoli che solo in cina non è troppo affollata.
Suddividiamo la
nostra visita su due giornate e per non perdere tempo ci
mettiamo a girare
la sera stessa del nostro arrivo. Fa da padrona Nanjing
Road, la
principale arteria del commercio e dei più lussuosi mall
di Shanghai, fino
al Bund, il lungo fiume da tutti descritto come la parte
più affascinante
della città, specialmente con il buio. Peccato però che
la città si stia
preparando all'expo del 2010 e tutto il bund sia un immenso
cantiene senza
soluzione di continuità e il famoso tunnel turistico per
attraversare il
fiume e arrivare nella zona di Pudong sia ina gibile. Poco
male, una corsa
in taxi molto economica e raggiungiamo anche i
fantasmagorici grattacieli
di Pudong, zona franca del commercio cinese, così alti da
intercettare le
nuvole basse nelle loro forme impegnative.
Shanghai è una città da girare di sera e di giorno. Di
sera per ammirare
le luci multicolori di Nanjing road, del Bund e della piazza
del popolo,
la gente che affolla la zona centrale, per essere abbordati
dai venditori
di orologi tarocchi e assaliti dai procacciatori di affari
per le crociere
turistiche e per altre amenità simili. Di giorno, per
visitare quel poco
che resta della concessione francese, riattata a prestigioso
mall a cielo
aperto, per perdersi tra le viuzze dell'unico rimasuglio
della Shanghai
antica con i suoi vicoletti e le mille bancarelle
tradizionali, per
visitare il museo d'arte e di storia (orari ridicolmente
ridotti
permettendo, a noi non hanno permesso) e per il giardino del
Mandarino Yu,
bell'esempio di arte cinese applicata ai giardini, che
resiste agli assalti
di orde di turisti soprattutto Giapponesi.
Noi visitiamo tutto quanto, ci appoggiamo persino alla
metropolitana per
toccare gli estremi maggiori nell'arco del tempo che ci
siamo concessi.
Rimaniamo
affascinati dalle porte
"rotonde" dei giardini, dalla ricercatezza di vialetti,
rocce e
ponticelli, e poi dal nostro primo tempio buddista: fasciato
di una
impalcatura di bambù! restiamo a gu ardare i cinesi che
bruciano incensi e
fanno tre buffi inchini alle varie statue dei buddha.
Tra gli sprazzi di cina, i sette "dont's" del parco che ci
introducono
alle prelibate raffinatezze del Chinglish (misto tra cinese
e inglese),
Zara che ha prezzi uguali a quelli italiani, se non più alti, la visita a un
negozietto
illegale di merce contraffatta, con la doppia porta "finto
muro" dietro la
quale si trovano le repliche di alta qualità: orologi con
quadrante in
cristallo, cassa in acciaio e vero movimento automatico a
bilanciere.
Cerchiamo anche di sondare, per curiosità, il mercato del
piccolo mobilio,
ma benché ci siano pezzi interessanti siamo un po'
perplessi sulla qualità
dei materiali e sulla convenienza di una spedizione verso la
vecchia
Europa.
Rientriamo in ostello pure con il biglietto da visita di un
"procacciatore" di merce contraffatta, casomai tornassimo di
nuovo a
Shanghai. L'ostello, forse un po' fuori dal centro ma
comodo alla metro,
è il La Tour youth hostel, economico (16? per una doppia
con aria
condizionata) e dove il personale, cortese, parla un discreto
inglese e
offre parecchi servizi. Alcuni apprezzabili, come internet o
gli ombrelli
gratis in prestito, altri meno come i servizi di agenzia
turistica che
alla prova dei fatti si sono rivelati sconclusionati e
inconcludenti, con
tanto di guasto ai computer e all'intera rete elettrica al
momento buono.
E ' Cina anche questa, il paese dove il "no" non esiste, ma
poi alla resa
dei conti se non si può fare, non si può, e a poco
contano le
assicurazioni in senso contrario.
Buongiorno Jebel Shams!
Questa mattina ci ricongiungiamo con la nostra guida, Ali,
che ieri è letteralmente crollato alle quattro del
pomeriggio, causa notte insonne e vari bagordi da giovine
vintino (ma sobri, è un musulmano praticante), il quale si
profonde in mille scuse e un sacco di scherzi. Ali si
rivelerà un personaggio davvero particolare e buono, quasi
da solo un buon motivo per venire in Oman con il suo spirito
e la sua tenera ingenuità un po' dovuta a questo popoplo
semplice e onesto e un po' dovuto alla sua età e alla
particolare condizione di questo paese, effettivamente
assurto alla vita moderna meno di quaranta anni fa, per cui
il padre non ha studiato ma i figli, tutti, avranno un
titolo universitario preso, come Ali, magari addirittura
all'estero (Dubai, vabbé).
La nostra giornata ci porta dentro il canyon, ma in
automobile, entrando dal fondo sulla brutta pista
accidentata che collega la pianura di Nizwa, cioè la
civiltà, alla piccola comunità di pastori Shawi che
vivono ancora oggi sul fondo del canyon, inesorabilmente
tagliati fuori quando piove e il wadi Ghul si riempie
d'acqua. Ma oggi non sono previste piogge e la poderosa
toyota scavalca tutti i roccioni fino a quest'angolo di
tempo congelato, dove colorate donne cedono il passo alle
capre e gli uomini tessono spessi tappeti di lana colorati.
Tazza di caffé d'obbligo, e strappiamo un buon prezzo per
un tappeto di media dimensione.
Tra salire, scendere, entrare ed uscire si è fatto tardi,
è ora di pranzo e del nostro secondo tentativo al ristorante: non siamo molto
migoliorati, nel mangiare con le mani... ma Ali è
comprensivo, anche se ci resta un po' di invidia quando lui
ha spazzolato il abbondante quarto di piatto (riso, agnello e
pollo) e i nostri quarti sono ancora un gran pasticcio di
cibo spiaccicato. Giuriamo di essere sazi, forse siamo solo
affaticati da questo esercizio amanuense.
Il vero spettacolo della giornata ci si apre più tardi,
dopo un paio d'ore di auto e una dovuta sosta a sgonfiare le
gomme, quando arriviamo a Wahiba Sands, l'enorme distesa di
sabbia omanita dove trascorreremo la notte in un campo
tendato beduino rimanendo estasiati dal fascino delle
altissime dune, dalle varie sfumature di arancio e dalle mille morbide
linee che la sabbia disegna tutto intorno a noi.
Prendiamo possesso della nostra tenda (un tappeto come
pavimento e sotto sabbia), poi ci lanciamo alla scalata
faticosa della duna più vicina: così ripida che ogni
passo se ne fanno due indietro! Ma dopo tanti smoccolamenti
e usando tutte le tecniche migliori che ci vengono in mente
riusciamo ad arrivare in cima venendo ricompensati da una
splendida vista in tutte le direzioni. Intorno a noi,
dune a perdita d'occhio e
il tramonto che si avvicina promette una pioggia di
spettacolari tonalità di colore.
Andremo a godercelo in auto qualche duna più in là. E qui
merita una digressione sulla guida nella sabbia: richiede
potenza e abilità, che né ad Ali né alla toyota mancano,
così tra sgommate e scivolate superiamo le dune inseguendo
il tramonto.
Nei lunghi trasferimenti in auto Ali ci racconta
la sua storia d'amore: un paio d'anni fa' si innamora, come
tutti i ragazzi, di una bella ragazza omanita grazie
all'inusuale fatto che lei lavora in un negozio e possono,
quindi, frequentarsi anche se informalmente e in gran
segreto scambiandosi chissà quanti sguardi e parole di
sotterfugio. Nel corso dei due anni, complice la tecnologia,
si scambiano fiumi di SMS e telefonate (sempre in segreto)
e, perfino, un paio di galeotte fotografie che, ahi lui,
finiranno nelle mani del fratello maggiore della lei in
questione. Beh, a nulla valgono le offerte di matrimonio di
Ali, ovviamente inviate come tradizione vuole tramite suo
padre al padre della lei, nè le mille preghiere dirette e
indirette rivolte al fratello ormai irato per aver scoperto
una foto di lui sul telefonino di lei. Telefonino
sequestrato e un bel monito a non farsi più vedere dalle
parti del negozio dove lei lavora. Ormai da tre mesi, buio
totale. Ali spergiura che lei fosse d'accordo al matrimonio,
e, anzi, che la richiesta formale sia partita prima (e abbia
forse scatenato) della scoperta del fratello di lei. Sta di
fatto che il cuore del nostro provero Ali ora è infranto e
a noi resta il compito di consolarlo. Il ragazzo, infatti,
pur in uno strano misto di tradizione e modernità, è pur
sempre innamorato, concetto che da queste parti non trova
molta comprensione. Sicuramente non nella sua famiglia, dove
il padre per consolarlo gli ha proposto non una ma ben tre
potenziali mogli (già consenzienti) per convolarlo lo
stesso a veloci nozze. Lui rifiuta, il cuore ha bisogno di tempo per rimarginarsi.
Anche l'Oman tradizionale sta cambiando...
Questa sera gioca Oman-Quatar: 0-0. Coppa del Golfo
2009.
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