Ivrea

le arance

Una domenica uggiosa di pioggerellina fine, l'umido che entra nelle ossa e il cielo grigio che sbiadisce i colori e trasforma luci, ombre in una coltre unica e piatta. La campagna della pianura intorno a noi ridotta ad un misero susseguirsi di grigi alberi, grigi campi gelati, grigi casolari, grigi binari. Nulla, nell'aria, che faccia presagire il tempo di carnevale, gli ultimi speciali giorni di festa maschere e allegria. Forse troppo anticipata quest'anno per essere davvero gioiosa come dovrebbe.Una cittadina protetta, alle spalle, da una dritta collina morenica, ai piedi di una valle famosa e riverita: Ivrea. Arroccata intorno al suo fiume, riparata dalla sua morena, potrebbe rimanere del tutto dimenticata, fuori dai libri di geografia e costume, se non fosse per il suo famoso carnevale, quello delle arance, quello dei nasi rotti, delle polemiche sul cibo sprecato, quello delle maschere intese per protezione, e non per abbellimento. Sprazzi, a partire dalle bancarelle di cappelli rosi d'ogni foggia e varietà - dal Cow-Boy al tipo calza tradizionale, passando per il berretto di lana della nonna e il baseball con visiera. Poi l'obolo d'obbligo per accedere alle strade del centro e il pezzo rosso appena comprato calato sulle orecchie, e via verso le piazze, le vie, ancora vuote e allineate di cassette piene di arance rosse, alte fino sopra la testa.Un'attesa che cresce, palpita, il pubblico nascosto sotto i cappelli rossi che si accalca dietro le reti di protezione, i grossi cavalli tutti bardati che scalpitano, ancora non per molto, appena fuori della piazza, e poi il via, il corteo storico che scorre e le arance che iniziano a volare, il rumore secco degli impatti molli tra la scorza e la pelle, il legno dei carri e il metallo delle maschere degli aranceri sui carri.Le piazze e le vie si riempioni presto di gente che si spinge formando improvvise ondate di pressione per lasciar passare un carro trainato da quattro cavalli e il suo codazzo di aranceri infuriati, il nugulo di arance che lo avvolge e i gesti tra chi è a piedi e chi è in alto, avambracci che caricano e grossi proiettili arancioni che colpiscono con sonori splat case, reti, pubblico. Il selciato ben ricoperto di uno strato grigio marrone poltiglioso, miscuglio guanoso di arance spappolate e escrementi di cavallo con quella tonalità grigiomarroncina che lo rende unico e particolarmente disgustoso da calpestare. Già a metà pomeriggio aggirarsi per le vie e le piazze diventa un inno allo sguazzo nel pantano, una preghiera delle scarpe a soprassedere, un'implorazione delle lavatrici, per i jeans inevitabilmente inzaccherati. L'aria piena di quelle che congelate in foto sembrano dei curiosi palloncini arancioni, piccoli e leggeri, ma che nella realtà sono veloci e balisticiproiettili ripieni di sugo rosso e imprevedibili. Quando colpiscono, posso esplodere in uno schizzo enorme oppure frantumarsi in tanti pezzi lacerati e sanguinolenti che volano a loro volta in tutte le direzioni, senza pietà per gli incauti passanti che dovessero abbandonare la protezione delle reti per avvicnarsi di più all'azione. Con somma gioia delle tintorie che da domani laveranno a secco un sacco di giacche, giacconi e simili oggetti inevitabilmente gocciolati, macchiati o palesemente impattati di arancio.Ogni piazza, una battaglia. Nel mezzo girano i carri e i loro codazzi di combattivi guerrieri avvolti nella nuvola arancione delle arance tirate con forza dall'alto in basso e dal basso in alto. Un po' più indietro, ma non troppo, abbastanza per essere nel mezzo dell'azione e anche abbastanza per beccarsi schizzi e l'occasionale proiettile vagante, la folla che guarda, fotografa e si spaventa, ogni volta che un carro le si avvicina. Se poi capita di finire incautamente oltre le reti di protezione, non resta molto da fare se non trovare riparo dietro un'improvvisata catasta di cassette di arance vuote e aspettare un varco tra due carri, abbastanza lungo da garantire una fuga sulla viscida poltiglia che copre il selciato fino alla sicurezza del riparo più vicino.Nel mezzo del caos, come un'isola di pace tra i contendenti, rotolando sulla poltiglia disgustosa che ormai ricopre le strade, il corteo storico gira il centro di Ivrea con la Mugnaia che regala manciate di caramelle e mimose ai passanti, i bambini che si accalcano intorno e le Guardia in Costume con i moschetti e le giacche di feltro per tenere a bada i bifolchi con sguardi cattivi e, occasionalmente, con un gianduiotto. Il ritorno, su un treno FS stracolmo di gente oltre l'inverosimile, in un intenso odore di arancia e sudore, pare il rientro da un campo di battaglia. Facce lorde di rosso succo, non sangue per fortuna, vestiti zuppi per gli aranceri regolari o improvvisati, scarpe lorde e jeans macchiati per tutti gli altri. A casa, tutto in lavatrice: anche la giacca, per ripulire le tracce rimaste della battaglia.