Ai laghi verdi

Ala

Un felice mattino, mentre il mondo ancora ad Aprile iniziava a prepararsi per il nuovo mese entrante, sotto un cielo azzurro azzurro come capita solo in certe giornate di primavera, ancora lontane dall'afa dell'estate, carichiamo in spalla il fedele zaino, scarponi ai piedi, guida e cartina in tasca, e sbagliamo prontamente strada. Spensierati, gambe in spalla partiamo puntando vigorosamente verso la salita più ripida, il pendio più deciso e il sentiero più faticoso. Solo in cima, un buon quarto d'ora dopo, ci rendiamo conto che il nostro vero sentiero è invece parecchi metri più in basso. Orecchie basse, qualche cristone più o meno sottolineato, e si ridiscende verso la comoda, larga, strada sterrata in falso piano (al contrario del nostro, errato, sentiero ripido, scosceso e franoso).

Siamo in val d'Ala, poco prima di Balme ncello laterale fa da preludio a ripide pareti ancora per lo più innevate, conchette circondate di cascate bianche e spumeggianti, e sentieri che si arrovellano a trovare il percorso migliore per sueprare le balze di roccia e piccoli canyon scavati da impetuosi torrentelli che approfittano golosi dell'acqua che nasce dai nevai poco sopra.

Saliamo, attraversando boschetti sempre più radi e contorti, prati di un verde abbagliante e alpeggi pittoreschi che sarebbero degni delle migliori mucche viola del pianeta, se solo fossimo in Svizzera. Invece, siamo nelle valli di Lanzo e quindi niente mucche transgeniche, ma in compenso lo splendido cielo blu della mattina cede fin troppo velocemente il passo a nuvoloni sempre più spessi e scuri, rubandoci il sole e i suoi raggi caldi che alla quota di oltre 2100 metri, ad Aprile benchè quasi Maggio, rimane la risorsa più preziosa per sostituire giacche a vento e maglioni pesanti di cui siamo, anche se solo in parte, sprovvisti.

Ben presto, sopra l'ultimo alpeggio, il terreno si fa impervio, la neve diventa padrona del sentiero e salire significa non solo sprofondare, ma soprattutto riempirsi scarpe e calze, rimpiangere ghette e cercare di rimuovere la neve dal collo della scarpa, con un dito. Il premio, non troppo distante, si amterializza in un grazioso laghetto mezzo ghiacciato e mezzo innevato, sotto delle pareti di roccia verticali e maestose, con nevai pensili come cappelli. Intorno a noi, solo un paio di ragazzi rimpiazzati però da un gruppo di caciaroni con cane, misteriosamente sfuggiti alle attrattive delle facili soste picnic più in basso per raggiungere questo angolo che, altrimenti, sarebbe di quiete e paradiso.