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Sveglia dopo poche ore di sonno sul volo Pape'ete-Rapa Nui,

un boeing 767 allestito modernissimo, una piacevole sorpresa su una compagnia aerea del sud-america..

Sotto di noi l'ala dell'aereo della LAN - linee aeree chilene - e poi solo mare, ovunque. La mappa elettronica che descrive il nostro percorso è quasi una sfida alle leggi della natura: dal mare al mare, decollati dal blu e destinati a sprofondare nel blu. Sia Tahiti che l'Isola di Pasqua sono così piccole che non compaiono nemmeno come puntini picroscopici sotto la traccia del nostro percorso. Tutto intorno, mare mare mare, oceano pacifico per oltre 4000km in ogni possibile direzione.

Unica terra ferma più vicina: la microscopica Pitcairn, famosa in quanto patria dei discendenti degli ammutinati del Bounty, a quasi 2000km non rappresenta davvero un gran conforto.

E finalmente lei: l'Isola di Pasqua! Un sogno nato all'ombra di Topolino e cresciuto per tutta l'infanzia, il posto più remoto sulla terra e lontano da qualsiasi altro sull'atlante. Eppure arrivarci è così semplice, basta prendere un aereo di linea, quotidiano, da Santiago de Cile, e bisettimanale da Pape'ete, Polinesia Francese.

Qui c'è internet ovunque e il cellulare non solo funziona senza problemi ma prende pure la rete dati e si può navigare dal cellulare, fare le videochiamate e ricevere gli MMS. E' sud-america, baby!

Mentre facciamo la fila all'immigrazione Cilena non ci sembra ancora vero si esserci! Entrare è un attimo, e il timbro "Immigracion de Chile - ISLA DE PASQUA" è una grande soddisfazione sul nostro passaporto!

La nostra sistemazione di chiama Camping Mihinoa, uno spartano campeggio dove trova posto, all'ombra di un discreto Mohai in cemento, la nostra orgogliosa tendina. Peccato per la scarsa disponibilità di acqua calda (eh, qui fa freddo a ottobre!) e il bagno degli uomini un po' troppo privo di privacy. In compenso il posto è incredibilmente economico, soprattutto dopo gli standard Polinesiani. Bellissima la posizione, vicino ai marosi dell'oceano, cullati dal rumore delle onde a debita distanza di sicurezza. Altro che barriera corallina qui, cavalloni e scogli appuntiti!

Iniziamo subito impazienti un giro d'esplorazione ed eccoci apparire appena girato langolo il primo di tanti testoni: il nostro primo Mohai! Non certo uno dei meglio conservati, ma pieno di fascino. Alti da dieci ai venti metri, massicci e impettiti, vestigia di una civiltà cancellata dalla faccia della terra. Prima dalla propria ottusità nella distruzione cieca di tutte le risorse naturali dell'isola e poi dalle deportazioni cilene nelle miniere di carbone del continente.

Girando per Hanga Roa, l'unico paese dell'isola, è impossibile non cogliere lo stridore con la polinesia: mille negozietti e supermercati, beni di ogni genere in vendita, ristoranti e internet café a iosa. Si respira un'aria di energia e dinamismo, l'opposto esatto dei loro fratelli delle Tuamotu.

Sfruttiamo l'ufficio del turismo per localizzare un'agenzia turistica che ci aiuti ad impostare la visita dell'isola, siamo un po' intimoriti dal rispetto per questo luogo così particolare, che preferiamo qualcuno che ci racconti qualcsa, almeno per iniziare.

Optiamo per la AkuAku Tours, la titolare è gioviale e simpatica, e ci iscriviamo per il tour dell'isola, domani, e un più breve giro della zona intorno ad Hanga Roa oggi... non prima di aver fatto una veloce visita al museo etnografico per conto nostro, per approfondire le basi della cultura locale.

Così apprendiamo l'origine della popolazione locale: polinesiani arrivati via mare sulle loro piroghe oceaniche, partiti priprio dalle Isole Marchesi che visiteremo tra qualche giorno. Così, isolati per secoli, hanno avuto modo di sviluppare una cultura del tutto originale e autonoma, tecnologicamente legata alla pietra, con una struttura religiosa unica e tutt'ora quasi sconosciuta. Oltre al rito dell'uomo uccello reso famoso dal film Rapa Nui pultroppo non molto ci è giunto se non racconti e supposizioni, e i Mohai con i loro Pukai sulla testa restano affascinanti testimoni di una popolazione ormai scomparsa con i suoi segreti misteriosi.

Il museo è un'ottima introduzio ne per la successiva visita (guidata) ai cinque testoni di Ahu Akiwi, gli unici girati verso il mare, e alle caverne di Ana Tepahu dove possiamo vedere come usassero vivere i locali, cavernicoli fuori posto nel 17simo secolo.

Quest'isola, decisamente più a sud della polinesia, ci fa rimpiangere il bel clima mite. Fa freddo! Questo inizio di primavera ottobrina è accompagnato da venti freddi e tesi, anche per colpa della totale assenza di alberi, che ci fanno rimpiangere i frondosi cocotier (palme da cocco). Così passiamo una notte piuttosto burrascosa nella nostra tenda strattonata dalle folate di vento (volevamo il campeggio con vista sui marosi!?!) mentre, per la prima volta dall'inizio del viaggio, ci godiamo il tepore dei nostri sacchi a pelo.

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