da Laguna Quilotoa a Chugchilan

(Ecuador centrale)

Che notte! il vento ha preso forza sempre più urlando sul piccolo paesino di Laguna Quilotoa, esposto a quota 3854 metri. L'aria fredda nella casetta dell'ostello che ci fa rifugiare sotto le coperte, al caldo, vicini. Tutte le volte che mi addormento, poco dopo mi risveglio con la sensazione di soffocare, devo allora mettermi a respirare a grandi boccate per ritrovare il sonno, e ricominciare il ciclo da capo.

Non dormiamo molto, ma la mattina, gelida e limpidissima, ci regala splendidi panorami dal bordo del cratere vulcanico, sotto un cielo blu terso come solo a 3800 metri si può trovare. Peccato che l'imponente vulcano Cotopaxi poco distante (quasi 6000 metri...) sia coperto da enormi nuvoloni neri e bianchi che corrono veloci sospinti dal vento fortissimo che non accenna a diminuire da questa notte.

Facciamo colazione con i Quichua (parenti dei Quechua peruviani...) che ci ospitano: latte e avena, frutta fresca, pane e marmellata, prima di salutare gli amici belgi e californiano per meterci in marcia, a piedi questa volta, verso Chugchilan, quota circa 3200 metri, nella valle glaciale che ancora ci è nascosta alla vista poco oltre.

Costeggiamo il createre sfidando il vento fortissimo che a tratti ci costringe quasi a procedere chinati, con le gambe che vengono strattonate via ogni volta che le alziamo dal terreno. A poco a poco, alla nostra sinistra si apre sempre più la meravigliosa, amplia vallata glaciale che dalle cime delle Ande punta verso l'oceano pacifico e le pianure costiere, mentre a destra minacciose nuvole si abbarbicano intorno alle cime più alte dell'Ecuador, tra i 5500 e i 6300 metri, cercando di correrci incontro ma, fortunatamente, frenate dalla corrente avversa.

Sembra di essere sul tetto del mondo, almeno finchè non raggiungiamo il bivio e iniziamo a ridiscendere il fianco del cratere a precipizio verso il fondo valle incrociando un paio di "fattorie" abbarbicate sul pendio sabbioso e curate da famigliole di indios che salgono e scendono per campi che, da noi, vista l'inclinazione, non sarebbero graditi nemmeno a una capra. Regaliamo qualche caramella a dei minuscoli bambini che ci vengono incontro con gonne e abiti che sono repliche in miniatura dei coloratissimi costumi dei genitori.

Sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando i nostri contadini lottavano contro la natura per strappare qualche pezzetto di terra coltivabile, quando per spostarsi usavano i sentieri portandosi le sporte sulle spalle, o sulla testa, quando vivenano tutti assieme in una stanza con le bestie. La differenza? il robusto "paràmo" o erba delle Ande, così robusta e lunga che viene usata per intrecciare i tetti e, alle volte, pure le pareti delle case.

Appena riusciamo finalmente a raggiungere quello che crediamo essere il fondo valle abbiamo una grande sorpresa! Infatti, queste valli hanno ben poco da spartire con le nostre vallate alpine. Queste non sono nè glaciali nè fluviali, ma tutte e due le cose assieme elevate all'ennesima potenza. Partendo dall'alto, sono vallate altissime e vastissime, larghe chilimetri e lunghe centinaia, morbide e friabili, dai 2800/3000 metri fino alle cime di 5000 e 6000. Sotto, tra i 1500 e i 3000, invece, i pianori erbosi e rigogliosi sono violentemente fratturati da gigantesche crepe, sanguinanti ferite (di sabbia) profonde almeno mille metri e pressocchè verticali, canyon mozzafiato tanto improvvisi quanto imvalicabili. L'unico modo per superarli è quello di ridiscenderli per ripidissimi e verticali sentierini e poi risalire, nel caldo dell'aria immota e del sole a picco.

Ponti non ce ne sono, e i sentieri sono profondi anche tre o quattro metri scavati dall'incessante andirivieni degli indigeni che portano merci, prodotti, o semplicemente loro stessi su e giù, rigorosamente a piedi visto che spesso nemmeno un animale esperto potrebbe passare, su precipizi da capogiro e per salite da mozzare il fiato. La terra, roccia non si può chiamare, letteralmente si trasforma in sabbia sotto i piedi.

Così per raggiungere Chugchilan affrontiamo uno di questi canyon, e facciamo la giornata dei molti indios che ci incontrano: ragazzini che vogliono una caramella o una foto, adulti che ci salutano da sotto enormi sporte e grossi sacchi di tela. Loro corrono, sia in salita che in discesa, noi arranchiamo, soprattutto in salita, con la lingua di fuori e la bocca impastata di terra.

Chugchilan si dimostra essere un buco di poche case. Veniamo accolti da una trentina di mamme che, sedute lungo la strada, aspettano che i loro figli escano da scuola per intraprednere con loro la camminata, a volte anche di due ore, per tornare a casa. Qui la strada, e fortuna che c'è, è solamente sterrata e di mezzi a motore non ne passano quasi mai. C'è un bus che parte alla tre del mattino, un furgone del latte che carica eventuali passanti verso le sei, e due camionette private: una ci chiede troppi soldi, l'altra invece per 15$ ci scarrucola lungo la sterrata fino a Sigchos, non senza caricare e scaricare continuamente lungo la strada raggazzini che tornano verso casa.

Miracolosamente, nonostante l'ora e mezza che è stata necessaria per trovare il passaggio, arriviamo a destinazione in tempo per salire sull'ultimo bus che collega Sigchos con Sasquili, meta dove contiamo di passare la notte.

Il bus stesso si dimostra un'avventura: la strada principale è chiusa così ci imbarchiamo su un viottolo secondario, ovviamente sterrato, che scende e risale innumerevoli volte fino ful fondo dei canyon, su tornanti stetti e brutti dove spesso è costretto a fare retromarcia, con il precipizio a pochi centimetri, perchè altrimenti non riesce a curvare. Nelle curve più brutte il bigliettaio scende per facilitare l'autista nelle manovre dandogli indicazioni.

Il momento topico della suspence 

lo raggiungiamo quando, nel mezzo di tale manovra spunta, in discesa, un altro autobus. Fossimo stati più avanti avremmo colorito decisamente il nostro repertorio di spagnolo.

A bordo, impossibile non essere sballottati da tutte le parti, con ogni muscolo che duole per le vibrazioni e gli urti, con il naso sopraffatto da un acre puzzo di animali, e un tizio a fianco che cerca di comprarmi il telefono cellulare, non in vendita. Sono costretto a puntellarmi con tutte e due le braccia ai sedili di fronte, per non picchiare la testa ovunque.

Arrivati a Sasquili, non c'è molto da dire. Squallida cittadina di mercato, l'unico (davvero) hotel è semi chiuso, "in restauro" e, comunque, improponibile. Litighiamo per avere una stanza, e, ottenutala, litighiamo per avere l'acqua.

Roba da non credere.