Galapagos! Baltra e Puerto Ayora

(Isole Galapagos)

Sveglia presto, questa mattina, non solo per recarci all'aeroporto per tempo, ma anche perchè, con le ultime sgradevoli sorprese di ieri, non abbiamo dormito molto questa notte, anche se il cacofonico caos di Guayaquil inizia a diventare normale anche di notte. Comunque quel che è successo, è successo. Quindi proseguiamo con il viaggio!

L'aeroporto di Guayaquil è un edificio moderno e pulito, anche se le ultime innovazioni in materia di sicurezza come il divieto di portare liquidi a bordo non lo hanno ancora raggiunto ed il personale è zelante. I soli quattro gate sono piuttosto impegnati, anche prima delle sette del mattino, a smaltire il traffico tra Quito e Baltra, tra cui ci inseriamo anche noi. L'aereo, della compagnia Aerogal, è già pieno di gente visto che il volo è Quito-Baltra con scalo a Guayaquil, ma trovare posto non è difficile e il volo per Baltra, Galapagos, sembra molto più corto dell'ora e mezza che impiega per atterrare sull'isola.

Riceviamo il nostro battesimo Galapagosiano atterrando su una pista posata su una enorme distesa lavica rosso scura, arbustosa. L'aeroporto, infatti, non è nulla più che una pista e un capannone tutto aperto dove si mescolano le tipiche funzioni degli aeroporti, ma sintetizzate con una estrema semplicità: un carrello trainato da un trattore scarica i bagagli su un pavimento di cemento dove i passeggeri si cercano le proprie borse, si paga la tassa d'ingresso ($100) su un lungo bancone di legno dove ti controllano le borse per eventuali ospiti indesiderati.

Di fronte alla struttura una serie di capanne di souvenir e delle navette che portano i turisti fino al canale, una lingua di mare blu e verde limpida e affascinante nel contrasto con la ripida sponda lavica. Un battello ci trasporta, minacciando naufragio ogni due piedi, fino a un secondo bus che, con la solita fatica dei bus ecuadoriani, attraversa l'isola di Santa Cruz fino al paese di Puerto Ayora, il più grande porto dell'arcipelago e anche l'unico veramente turistico. Conterà parecchi hotel e almeno una decina di ristorantini, più innumerevoli banchetti dove mangiare pesce cotto sul momento, e soprattutto tanti buchi di souvenir tutti uguali, dai prezzi più disparati. Certo le solite case costeruite a metà e un certo senso di povertà mascherata di ricordano dove ci troviamo.

Santa Cruz è un'isola abbastanza grossa, con nel mezzo un vulcano. Sul lato sud, dove si trova Puerto Ayora, una fitta coltre di nubi dovuta al trovarsi nell'emisfero meridionale, ricopre il cileo e nasconde il sole. Lungo la strada attraversiamo una foresta intricata e verde, gli insediamenti umani sono molto rari e molto scalcagnati anche per gli standard locali.

Una volta alloggiati facciamo una passeggiata fino alla baia delle tartarughe che, in questa stagione non ci sono, ma veniamo accolti dalle sule dai piedi azzurri, simbolo delle Galapagos, che ci salutano col becco a meno di cinque metri di distanza. Ogni passo sugli scogli dobbiamo fare attenzione a non calpestare qualcuna delle centinaia di iguane marine letteralmente spalmate sulla roccia, che sembrano morte, salvo poi sputazzare in maniera molto disgustosa e raggrupparsi a mucchi per conservare il calore corporeo vicino al tramonto. Il fetore è acre e forte. Grosse fregate appollaiate tra i rami si confondono con i pellicani che fanno il giro della laguna tuffandosi per pescare. Centinaia di fringuelli di ogni tipi passeggiano quasi sui nostri piedi, verdi, gialli, rossi e neri, quelli col becco grosso, eccetera. Ce ne sono 13 diverse razze, qui.

Pultroppo il cielo si è coperto e l'ora del tramonto (le 18.00) si avvicina sempre più, per cui non osiamo un bagno comunque chiamato dall'acqua cristallina. Rientriamo, quindi, dopo il primo assaggio di meraviglie faunistiche e ci concediamo una cena a base di pesce condito con una gustosa salsina di cocco e riso. La serata è tranquilla e silenziosa.