Machala e brutte sorprese

(Ecuador meridionale)

Cuenca ci saluta con una fastidiosa pioggerellina fine fine a cui gli abitanti locali non pare che facciano troppa attenzione. Con un brillante tempismo unito alla puntuale non puntualità locale riusciamo a fare colazione con un frullato di frutta, prelevare il saldo della ormai prossima crociera alle Galapagos, versarli sul conto dell'agenzia viaggi, e prendere pure il bus delle 9.00 per Machala che ora ci sta portando (150km, 4 ore e mezza) dai 2500 metri di Cuenca fino al livello del mare su una strada larga, si, ma ripida che alterna al solito asfalto bucato larghi tratti di sterrato.

Molto presto il panorama di apre in scoscese vallate moreniche cespugliose e vastissime, in un panorama che sfuma dalla montagna alle piantagioni di platani e banane passando per foreste nebulari e distese di cactus. L'onnipresente musica latino americana condisce il viaggio, tra passeggeri andini e più normali, con l'autista pazzo che porta i freni fino a fumare mentre gareggia in discesa con gli altri autobus superandoli a piena velocità nei centri abitati.

Machala è una cittadina vicina sia al confine col Perù con un grosso porto commerciale e, come attività preincipale, è un fondamentale centro ecuadoriano dello smercio delle banane. Completamente circondata di piantagioni omonime e di baraccopoli che forniscono mano d'opera a basso costo, Machala è un vivissimo agglomerato di cemento scolorito e moderno, dove lo squallore e l'inquinamento fanno da contrappeso alla baraonda di gente e di cose che ne affollano ogni via e ogni pertugio. Procedendo verso il centro le baracche di legno cedono il posto a edifici in mattoni mezzi costruiti che a loro volta cedono il posto a edifici un po' in stile Sabaudia e un po' in pieno stile speculazione edilizia tutti colorati ma decisamente fatiscenti.

Le strade sono ingolfate di autobus, automobili, motociclette, pedoni, carretti. I negozi, semplici, sono giusto una saracinesca che si apre su un grosso rettangolo pieno di mosche, dove le vetrine non esistono ma in compenso esistono i vigilantes privati armati con pistola di fronte ai negozi un poco più cari. Pranziamo per quattro soldi in un localino da pendolari un po' sudico ma molto frequentato: l'almuerzo prevede riso, carne di maiale ostiaforme e del platano.

Non ci fermiamo molto in città e la nostra ricerca per un bus in direzione Guayaquil termina con un bigliettaio che strilla e ci raccoglie al volo su uno scassato bus per "Guaya, Guaya, Guayaquil!" su cui troviamo posto senza alcuna difficoltà. Ovviamente poco dopo il bus si ferma per quasi mezz'ora prima di riempirsi e ripartire lungo la Panamricana in direzione nord attraverso infinite distese di banane e tante baracche in legno con i panni stesi appesi tra due banani. Le palafitte, ipotiziamo, servono più per tenere la natura lontana che per ipotetici allagamenti. La vegetazione, infatti, rigogliosissima copre ogni centimetro di terra, muri e pure altra natura disponibile.

Sul bus c'è anche una giovane guardia armata il cui compito è palpare gli individui sospetti che salgono e impedire l'accesso al bus a certi venditori ambulanti che, per qualche ragione, non sono simpatici al bigliettaio. Credo dipenda un po' dalla faccia e un po' dalla loro disponibilità a far assaggiare i loro prodotti gratuitamente all'autista. Il viaggio è tranquillo, benchè troppo lungo (4 ore invece delle previste 3 per circa 150km), e Guayaquil, con la sua eterna periferia, ci accoglie caotica e trafficata. Lì troviamo senza difficoltà uno scassatissimo taxi (pure senza fari, nonostante sia buio pesto) che ci porta al "Centro Viajero" dove il proprietario ci aspetta per consegnarci i nostri biglietti per l'imminente partenza di domani per le isole Galapagos.

Douglas Chang, da nove anni il proprietario dell'agenzia viaggi, è un ecuadoregno di origini cinesi. Fa questo lavoro per passione, e si vede. Gentile, disponibile, esperto è un piccolo ometto un po' raggrinzito e presbite ma colmo di energia e pronto a intrattenere i suoi ospiti, prima che clienti, con una birra e due chiacchiere sui viaggi. Disponibile 24h al giorno tramite cellulare, molto gioviale e aperto davanti al suo goccio di Gin ci da un sacco di consigli utili anche se forse pecca di eccessivo allarmismo verso i pericoli che il turista corre per le strade del suo paese. Tuttavia ci lascia una gradevolissima impressione e un sincero calore di amicizia. In fondo, è grazie a tutti i suoi suggerimenti se domani partiremo per una crociera di otto giorni alle isole Galapagos pagata certamente cara ma comunque oltre 500 euro meno di quanto costasse prenotarla dall'Italia.

La brutta sorpresa ci aspetta tornati in albergo dove, dopo aver recuperato i bagagli lasciati in custodia (peraltro sicura) abbiamo la conferma che sia il mio beauty che il mio marsupio mi sono stati rubati durante il viaggio da Guayaquil a Cuenca, l'altro ieri. Evidentemente la custodia nera piccolina del beauty da viaggio è stata scambiata per una macchina fotografica, e nel marsupio avranno immaginato chissà che ricchezze, invece assenti. Resta comunque una brutta notizia che ci guasta la serata e che significherà tristemente rinunciare a stupende foto agli animali tropicali delle isole, visto che nel marsupio c'era il mio telezoom (non di gran valore, in ogni caso)