Cuenca, le ande!

(Ecuador meridionale, ande)

Una rapida corsa in taxi e le valigie parcheggiate in hotel, siamo pronti per affrontare il tragitto in bus fino a Cuenca. Lasciamo i vari strilloni delle compagnie di bus che si scannano tra loro per procacciarsi clienti e prendiamo il primo che parte per la nostra destinazione, infatti ci sono almeno quattro diverse compagnie che servono lo stesso tragitto, a orari diversi, ed è difficile riuscire a capire quando partano i mezzi, visto che pare che tutti partano "tra cinque minuti" anche se, probabilmente, il concetto di cinque minuti è piuttosto flessibile da queste parti.

Forse non troppo pittoresco il bus, sicuramente eccezionale il panorama che ci porta a scavallare i 4000 metri (Guayaquil è al livello del mare) sulle ande attraverso un evoluzione botanica dai banani e platani fino a una vegetazione più rada e quasi alpina, benchè sempre strana e differente. Il bus si arrampica su una larga strada spesso sterrata facendo a gara con gli altri bus che percorrono lo stesso tragitto affrontando stile rally le curve e i tornanti, sterrati, con il precipizio a pochi metri. Confidiamo nell'abilità del nostro autista, ma siamo un po' preoccupati.

Una cosa alla volta, però. Appena superata Guayaquil, intorno a noi, pure superati i nuovi complessi residenziali circondati da muri filo spinato e guardie armate, solo baracche e casupole in mattoni di cemento costruite a metà, interi piani completi e intonacati e poi immancabilmente scheletri di tubi e cemento, mattoni rotti e panni stesi ad asciugare su un panorama post atomico di mozziconi parzialmente edificati. Non c'è molto traffico, ma si vede parecchia gente girare a piedi, anche scalzi, tra il fango e la terra polverosa.

Sul bus, con noi, gente normale di Guayaquil con cellulari e scarpe da ginnastica alla moda (locale), vestiti qualsiasi e occhiali da sole molto globalizzati e taroccati. Giusto un paio di graziosissimi vecchietti senza età corrugati dal sole e raggrinziti da secoli di lavoro all'aria aperta. Nell'ultima sosta prima di affrontare le montagne salgono gli ambulanti a vendere riviste, banane fritte, polli cotti, coca cola. I prezzi, gridati e contrattai, soddisferanno molti compagni di viaggio.

Cuenca, oltre l'apparenza di una periferia un po' squallida e derelitta, una popolazione di nani andini alti un metro e un poncho con cesti di vimini o bambini sulla schiena. La città ci accoglie con grazia: i suoi 2500 metri non si sentono quasi e la gente è gentile, oltre che adorabile nei vestiti e nei colori tipici andini. Le case basse e colorate come le persone, le strade strette e il poco traffico che rende la città molto più piacevole di Guayaquil. Troviamo alloggio in un grazioso hostal dei primi del '900 per pochi dollari a testa che con i paviemnti in legno che scricchiolano e un piccolo ma completo bagnetto privato ci pare un lusso, soprattutto per l'acqua potabile gratis e il silenzio della via tranquilla.

Le nuvole corrono in cielo, e noi girovaghiamo per i mercatini molto locali e non turistici tra colori e profumi di mille frutti tropicali. E' domenica, e Cuenca ci offre deliziosi paesaggi semideserti, mentre un ristoratore anziano ci apre il suo locale per una frittatina di carne e tue batidos, prima di rimetterci nuovamente in strada e sfruttare le ultime ore del sole che cala così presto oltre l'orizzonte qui vicino all'equatore, in un paese dove alle sette di sera è buio pesto come fossero le dieci e alle sette di mattina è giorno fatto come a mezzogiorno a in Italia. Dove il sole picchia violento quando buca le nuvole e scalda in un attimo anche a questa strana quota di 2500 metri in mezzo alle montagne.

Non si capisce bene perchè i locali vadano in giro con iumini e giacconi caldi, quando una maglietta è già adatta in quasi tutte le occasioni, ma comunque l'impressione generale è di un discreto benessere, eccetto che in periferia, e benchè sia impossibile fare paragoni con l'Ucraina dello scorso anno, qui hanno infinitamente più senso e tutela della cosa pubblica. Certo fanno impressione i bambinetti di tre anni che fanno l'elemosina davanti alle chiese.