Cavalcata nel deserto

una giornata troppo lunga

Anche oggi la perturbazione che ieri per tutta la giornata ci ha rincorso ha approfittato, infingarda, della notte per raggiungerci. Così, anche questa mattina ci tocca mettere il naso fuori dal motel per ritrovarci sotto una spessa coltre di nubi e aria fredda. Quest'oggi però non riusciremo a vincere la gara contro il maltempo e più volte saremo sferzati da vento, colpiti da pioggia e saremo spettatori della corsa dei nuvoloni neri sopra le nostre teste. Concluderemo addirittura la giornata sotto un diluvio universale degno di Noé, depressi, stanchi e molto provati. Ma tutto ciò ha ancora da venire, per ora c'è ancora l'entusiasmo e una intera giornata da vivere.

Partiamo questa volta senza indugi e di buon ora per un giro molto ambizioso, e molto affascinante. Sappiamo che dovremo passare buona parte della giornata in automobile, che dovremo macinare centinaia e centinaia di chilometri (800? 1000?) ma vedremo panorami incredibili, posti meravigliosi e colori impagabili. Con l'animo ben disposto, percorriamo il tratto che ci separa dall'angolo più famoso degli stati uniti: l'angolo in cui New Mexico, Arizona, Colorado e Utah si incontrano, all'interno della riserva Navajos. Un biglietto d'ingresso, una grossa placca di cemento con un po' di bandiere intorno e una pletora di bancarelle popolate ciascuna dal suo navajo e vari souvenir più o meno autentici. Pelle scura, viso dai lineamenti asiatici, bassi di statura e piuttosto corpulenti. Sul bancone, pietre dipinte, gioielli presunti fatti a mano, frecce autenticamente indiane. L'accento, facilmente comprensibile, non ha nulla di particolare e solo il colore degli occhi, oltre all'aspetto fisico, identificano i venditori come nativi.

Torniamo a inforcare l'auto, i chilometri sono ancora tanti, troppi, e la mattinata inizia ora a entra nel vivo. Intorno a noi il mondo diventa sempre più rosso, sempre più desertico e sempre più selvaggio. Puntiamo su Bluff, Utah, e lungo la strada cavalchiamo i non poi tanto comodi sedili dell'auto per almeno un centinaio di chilometri: deserto roccioso, arbusti, colori rossi, verdi e marroni. Un gruppetto di case, forse una base militare, la strada dritta e grigia. Bluff resta un insignificante segno di civiltà sulla strada del deserto rosso. Poche case, sparpagliate, qualche edificio ancora dei pionieri, due rocce rosse enormi in bilico sull'abitato. Una tappa da fare il pieno e poi via, nuovamente in moto per un altro paio di centinaia di chilometri attraverso alcuni dei paesaggi più incredibili e splendidi: deserto rosso, rocce dai colori di fuoco, pinnacoli solitari e arbusti verdi, contornati da alte (300m) e lunghe mesa frastagliate che come bordi di un lavandino gigantesco ci racchiudono verso nord la via per il fiume Colorado. Risalita la parete verticale su una stradina sterrata molto improbabile, ci aspetta il white canyon scavato nella roccia tortuoso e selvaggio, completamente disabitato per chilometri in ogni direzione, solo quattro case e un campeggio resistono a Hite, dove il Colorado entra nel Glen Canyon. Qui, massicci nuvoloni neri come il carbone corrono in cielo sospinti da un vento teso, goccioloni di pioggia cercano di raggiungerci, mentre lottiamo per non farci ingoiare, incauti, dal solo apparentemente pacioso Colorado. Il fiume corre tranquillo al fondo del canyon, tra il rosso delle pareti e il verde acceso degli alberi che vi crescono vicino, pronti ad essere spazzati via dalla prima piena. Intorno, uno strato di fango profondo e spesso che ci impedisce qualsiasi contatto.

La cavalcata continua, sempre, infinita, nuovamente in auto, piccole soste solo per qualche foto quando, troppo ammaliati dalla bellezza dei colori intorno a noi non resistiamo. Hanksville è solo una piccola sosta rifornimento prima di attraversare Capitol Reef National Park, dove i colori diventano, se mai possibile, ancora più vivi e accesi, ancora più affascinanti. Non c'è tempo per lunghe soste nemmeno qui, dobbiamo continuare a correre, attraversare montagne nuovamente alpine dove la roccia rossa scompare e gli alberi tornano padroni del panorama, e poi ancora una lunga corsa in autostrada (dove ci sono uscite senza nome e uscite dedicate a dei ranch privati), dove incontreremo finalmente il maltempo da cui stiamo fuggendo sotto forma del il temporale che ci accompagnerà per tutta la notte.

L'arrivo a Mohab, punto d'accesso per alcuni dei più bei parchi naturali dell'ovest, è una cittadina piuttosto squallida sparsa lungo la HW160, facciamo fatica a localizzare il nostro ostello, rarità per gli stati uniti, che aggiunge depressione alla stanchezza e al cattivo umore. Il tutto, amplificato dal diluvio universale che ci impedisce di vedere eprfino il colore azzurro delle pareti dell'ostello, non depone affatto per una buona serata. La notte, almeno, è un poco più riposante.