Mesa Verde

La perturbazione che ieri per tutta la giornata ci ha rincorso ha approfittato, infingarda, della notte per raggiungerci. Così, questa mattina, mettiamo la testa fuori dalla stanza del motel per trovarci sotto uno strato di nuvoloni scuri anche se non troppo minacciosi. L'arietta fresca stimola un'abbondante colazione (doppia) con bacon, salsiccia, uova e patate (inclusa nel rate già di per sè basso del motel) prima della partenza sempre in direzione ovest cercando, ancora una volta, di fuggire dal brutto tempo verso il sole e il cielo azzurro.

Risaliamo il Rio Grande lungo una bella vallata montana dove il fiume, qui ancora un ruscello, si mescola al verde degli alberi, al bianco della neve e al colore delle rocce. La vallata, ancora una volta stretta e selvaggia, risale rapidamente fino a quote da sci, dove effettivamente troviamo le stazioni sciistiche e tanti americani in tuta e scarponi che si accodano intorno a un paio di miseri impianti per fare qualche, ben tarda, sciata sulle poche piste disponibili. Subito dopo, lasciandoci alle spalle questa parentesi di inverno, scendiamo in una nuova pianura superando il limite della perturbazione spuntando al sole e sotto il cielo azzurro tardo primaverile.

La nostra strada prosegue in direzione ovest, verso Mesa Verde e Cortez, giusto una piccola deviazione dalla HW160 ci porta a esplorare un pezzo di campagna verso il confine con il New Mexico, in piena riserva Ute, dove attraversiamo alcuni piccoli paeselli dalle caratteristiche deprimentemente comuni: un mucchietto di case, sparse come granelli di sabbia al vento, intorno a una strada. Container e casette prefabbricate di infima qualità, cortili spogli e auto abbandonate a marcire. Povertà e la sensazione di essere lontani dal mondo civile, molto più vicini a qualche paese del terzo mondo che al cuore della prima potenza di questo pianeta.

Solo sulla strada un poco più turistica incrociamo un paio di negozi, deserti. Uno, aperto.

Torniamo sulla HW160, sempre rincorsi dalle nuvole che però hanno deviato più verso sud, forse possiamo sperare in una clemenza celeste almeno fino a sera, ma ancora in verità non oso pensarlo. Iniziamo ad arrampicarci sulla stretta e ripida strada che ci porterà, in circa 30km, fino sulla Mesa Verde, incredibile altopiano solcato da canyon e popolato, un tempo, dagli Anasazi, popolazioni precolombiane id cui oggi restano ben poche tracce se non i villaggi che usavano costruire nelle rientranze naturali scavate dal tempo nelle pareti laterali dei canyon. Come i paesi medioevali dell'Europa arroccati sulla cima delle alture, questi sono scavati all'interno delle enormi grotte naturali per difendersi e, anche, nascondersi. Un viandante occasionale, infatti, potrebbe attraversare quesa terra senza accorgersi della civiltà che l'ha popolata in passato e, comunque, avrebbe serie difficoltà ad accedervi se gli abitanti non fossero ben disposti ad accoglierlo.

Nel parco ci imbattiamo in un ranger stoccafisso con barba regolamentare, parlata regolamentare, e stazza regolamentare: nel complesso sembra che debba spuntare l'orso Yoghi da un momento all'altro e, invece, intorno a noi solo turisti e case in pietra incassate nella roccia. Bello il panorama, soprattutto lasciandosi dietro i luoghi più turistici e facendo una passeggiata sul bordo del canyon, spettacolare squarcio del terreno calcareo e facilmente digeribile dagli agenti atmosterici.

Ovviamente, il parco apre "domani", per cui ci dobbiamo accontentare di un sentiero e un solo sito archeologico, tuttavia torniamo verso la pianura e verso la nostra destinazione per la notte con sufficente soddisfazione, e un po' più di stimolo a proseguire nell'esplorazione di questo angolo di mondo strano e affascinante.